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Il circuito di Abbazia a Preluk: la pista perduta del Quarnaro

C'è un tratto di strada, tra il lungomare liberty di Opatija e le gru del porto di Fiume, che disegna un'ampia curva attorno a una piccola baia chiamata Preluk. Oggi lo percorrono pendolari, ciclisti e turisti diretti alle spiagge del Quarnaro; per quasi quarant'anni, però, quello stesso asfalto è stato uno dei circuiti cittadini più spettacolari d'Europa. Le prime corse vi si disputarono nel 1939, quando la zona apparteneva all'Italia, e dal 1969 al 1977 il circuito di Abbazia ospitò la prova jugoslava del Motomondiale. Un luogo in cui il fascino della riviera adriatica conviveva con un pericolo costante, e che nessun pilota dell'epoca ha mai dimenticato.

Una baia sul Quarnaro

Il golfo del Quarnaro, là dove la penisola istriana incontra la terraferma croata, è un paesaggio di versanti ripidi e verdissimi che precipitano direttamente in un mare limpido. La baia di Preluk si apre nel suo angolo nord-occidentale, proprio sul confine tra Opatija, l'antica e signorile località di villeggiatura, e Rijeka, la città portuale e operosa. Il circuito che prese forma qui era, in sostanza, un triangolo irregolare di strade pubbliche lungo circa sei chilometri. Il suo tratto simbolo correva lungo il mare: i piloti sfrecciavano a filo d'acqua, separati dall'Adriatico soltanto da un basso muretto. Poi il tracciato piegava verso l'interno, si arrampicava sul versante che domina la baia attraversando curve orlate di pietra e vegetazione, e infine ridiscendeva verso la costa per chiudere il giro. Il terreno formava un anfiteatro naturale: gli spettatori si sistemavano sui pendii sopra la strada e potevano seguire gran parte dell'azione da un unico punto, con l'Adriatico scintillante alle spalle delle moto. I contemporanei scomodavano volentieri il paragone con Monaco, e non a torto: pochi circuiti al mondo hanno fuso scenario e velocità con tanta intensità, e pochi hanno concesso ai piloti margini d'errore così esigui.

Abbazia, perla della riviera asburgica

La fama di Opatija precede di molto il motorismo. Negli ultimi decenni della monarchia asburgica la cittadina — allora nota soprattutto con il nome italiano di Abbazia — divenne una delle stazioni balneari più eleganti d'Europa. La buona società viennese scoprì il clima mite del Quarnaro; lungo la riva sorsero grandi alberghi e ville ornate, e sotto gli allori venne tracciata la celebre passeggiata a mare. Arciduchi, industriali e artisti presero a svernare su questa costa, e la città imparò prestissimo ad accogliere un pubblico internazionale ed esigente. Quell'eredità turistica si sarebbe rivelata, decenni più tardi, una carta decisiva: un fine settimana di gare richiede non solo una pista, ma anche letti, ristoranti e una cornice capace di sedurre piloti e spettatori. Abbazia possedeva tutto questo in abbondanza. Quando il motociclismo arrivò sulle rive del Quarnaro, trovò una città abituata da sempre alla rappresentanza e un paesaggio che pareva disegnato apposta per lo spettacolo delle macchine lanciate tra montagna e mare. Poche località europee avrebbero potuto recitare quel doppio ruolo con altrettanta naturalezza, e questo legame tra mondanità e motori sarebbe rimasto il tratto distintivo del circuito per tutta la sua storia.

Gli anni Trenta: le corse arrivano sulla costa

Dopo la Prima guerra mondiale la regione passò all'Italia, e fu proprio sotto amministrazione italiana che le competizioni motoristiche approdarono nella baia. Le prime gare sulla strada costiera di Preluk si corsero nel 1939, pochi mesi prima che la Seconda guerra mondiale fermasse lo sport motoristico europeo. Quell'esordio rimase dunque, in un primo momento, poco più di una parentesi; ma l'idea ormai era nata: quella strada poteva diventare un circuito, e il paesaggio offriva un palcoscenico che nessun progettista avrebbe saputo inventare. Al ritorno della pace i confini erano cambiati ancora una volta. Opatija e Rijeka entrarono a far parte della Jugoslavia socialista, e le nuove autorità capirono in fretta il valore di ciò che avevano ereditato: un circuito già pronto in una cornice impareggiabile, appoggiato a una città termale con una lunga consuetudine di ospitalità internazionale. Le corse ripresero attorno alla baia di Preluk, dapprima in tono minore, poi con ambizioni crescenti. Erano state gettate le fondamenta dell'età d'oro del tracciato, e il nome di Abbazia cominciò a circolare nei paddock di tutto il continente.

Il dopoguerra: la Jugoslavia apre le porte

Nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta il circuito di Abbazia maturò fino a diventare un appuntamento fisso delle corse su strada continentali. La collocazione della Jugoslavia fuori dal blocco sovietico rendeva il paese insolitamente accessibile: squadre e piloti occidentali potevano recarvisi liberamente, mentre il pubblico affluiva da tutta la regione. I fine settimana di gara a Preluk divennero feste popolari che riempivano gli alberghi e i caffè di Opatija, mescolando l'atmosfera della vacanza balneare al frastuono e all'odore delle moto da corsa. Per le autorità jugoslave l'evento era anche una vetrina: la dimostrazione che il paese sapeva organizzare sport internazionale di alto livello e aprire la propria costa al mondo. Gli elenchi degli iscritti si facevano di anno in anno più prestigiosi, affiancando gli eroi locali ai nomi affermati provenienti da Italia, Austria, Germania Ovest, Gran Bretagna e oltre. I piloti lodavano lo scenario e il calore del pubblico, pur registrando, con inquietudine crescente, quanto fosse stretta la strada e quanto fossero spietati i suoi contorni. Alla fine degli anni Sessanta la corsa aveva ormai superato il proprio rango: il passo successivo era il Mondiale, che arrivò puntuale nel 1969.

Nove stagioni di Mondiale

Dal 1969 al 1977 il Gran Premio di Jugoslavia disputato ad Abbazia fu una prova valida per il campionato del mondo di velocità. I più grandi piloti dell'epoca corsero lungo il litorale di Preluk, e tra loro Giacomo Agostini, il pilota più vittorioso della storia del Motomondiale, che anche qui seppe aggiungere successi al suo sterminato palmarès. Il programma dava ampio spazio alle piccole cilindrate, e le agili moto delle classi 50 e 125 si sposavano alla perfezione con quella strada stretta e tortuosa. Ogni anno folle enormi gremivano i pendii, e le immagini a cui assistevano — moto ufficiali a tutto gas in riva al mare aperto — restano tra le più suggestive della storia dello sport. Ma gli anni iridati misero a nudo anche i limiti del tracciato. Le moto da Gran Premio evolvevano rapidamente, diventando più veloci a ogni stagione, mentre la strada attorno alla baia rimaneva quella di sempre: una via pubblica fiancheggiata da muri, pali e strapiombi. La classe regina finì per essere esclusa dal programma per ragioni di sicurezza, lasciando alle categorie minori il compito di sostenere l'evento, e il dibattito sulla possibilità stessa di continuare a correre a Preluk si fece di anno in anno più acceso.

La sicurezza, Grobnik e l'eredità

Gli anni Settanta furono il decennio in cui il movimento per la sicurezza acquistò, nel motociclismo, una spinta irresistibile. I piloti di vertice presero a rifiutarsi di gareggiare sui tracciati stradali più pericolosi, e ovunque gli organizzatori si trovarono davanti a un bivio: trasformare il proprio circuito o sparire. Per una pista stretta tra il mare e il versante non c'era trasformazione possibile: Preluk non si poteva allargare, i suoi muri non si potevano spostare e nessuno poteva strappare vie di fuga all'Adriatico. Il Gran Premio di Jugoslavia del 1977 fu l'ultima prova mondiale disputata sulla vecchia strada costiera. L'anno seguente la corsa si trasferì all'Automotodrom Grobnik, un autodromo permanente costruito apposta su un altopiano sopra Rijeka, a pochi minuti dal vecchio teatro delle imprese; la tappa jugoslava vi rimase fino alla sua uscita dal calendario. Preluk tornò a essere una strada qualunque — ma la memoria non si è mai spenta. Raduni di moto d'epoca e manifestazioni commemorative riportano periodicamente le macchine storiche in riva alla baia, e per gli appassionati che vanno in cerca dei circuiti stradali scomparsi la curva d'asfalto di Preluk resta una meta di pellegrinaggio, dove la vecchia traiettoria si indovina ancora nel disegno della costa.

Sulla mappa

Il circuito di Abbazia è soltanto uno delle centinaia di luoghi del motorsport, storici o tuttora attivi, che potete scoprire sulla nostra mappa interattiva. Avvicinatevi al golfo del Quarnaro per vedere come la vecchia strada abbraccia la baia di Preluk, confrontatela con il suo erede di Grobnik, pochi chilometri nell'entroterra, e proseguite poi lungo la costa adriatica per esplorare con calma tutto il patrimonio motoristico della Croazia.